Canarie: l’arcipelago interstiziale

Nell’immenso vuoto oceanico che separa il Vecchio dal Nuovo Mondo, esiste un minuscolo luogo interstiziale dove si connettono non solo Europa, Africa e America Latina, ma anche le epoche della preistoria, delle conquiste coloniali e della contemporaneità, come pure il mondo della natura vergine e quello delle urbanizzazioni ipermoderne. Questo luogo in cui pare essere rimasta aperta la soglia, il passaggio, l’intersezione che s’insinua fino al “chissà dove”, fino alle mitiche contrade dei Campi Elisi, è l’arcipelago delle Canarie. Sette isole vulcaniche poco più a nord del Tropico del Cancro, a qualche centinaio di chilometri dalle coste marocchine, a mille dalla Penisola Iberica e a migliaia dai Carabi: ci troviamo dunque all’estremità sud-occidentale della Spagna e di tutta l’Unione Europea; di qui passava un tempo il Meridiano Zero, a indicare il limite ultimo delle terre conosciute dagli antichi. Quando si arriva alle Canarie, il senso di spaesamento spaziale e temporale può far venire le vertigini. Sembra di essere arrivati in un luogo che ricorda tutti i luoghi e che, al tempo stesso, non assomiglia a nulla. Vi sono immense distese desertiche, con le dune, le oasi, le palme e i dromedari, come nel Sahara marocchino; scogliere altissime dove si frangono cavalloni enormi, come lungo le coste del Portogallo; valli verdeggianti, punteggiate di cactus, banani e cespugli fioriti,  con chiesette bianche, e case pure bianche e basse, aperte su un atrio dai balconi di legno, come in America Latina; foreste vergini, con liane e tronchi marcescenti, come nelle giungle tropicali;  distese nerastre di magma rappreso, come alle falde dell’Etna; villaggi turistici con shopping centre, parchi acquatici e villette a schiera, come in un qualsiasi centro vacanze dell’Europa mediterranea… Così, puoi avere volte l’impressione di non essere mai partito, per continuare a muoverti in uno spazio globalizzato della contemporaneità, con gli identici prodotti commerciali, gli identici cibi internazionali, le identiche architetture impersonali, tipiche di ogni luogo segnato dalla mondializzazione. Ma molte altre volte, invece, non appena giri l’angolo e lasci le urbanizzazioni del turismo di massa, eccoti precipitato in contrade dal sapore ancora coloniale, con le haciendas, le piantagioni di banane, i corrales per il bestiame, come ai tempi della colonizzazione spagnola, cominciata nel Quattrocento, subito prima di quella americana. E non basta: perché qui ti confronti pure con il lascito degli antichi aborigeni, rimasti fermi al tempo del Neolitico fino all’arrivo dei Conquistadores: toponimi dai suoni misteriosi (Tapahuga, Guayedra, Timanfaya…), abitacoli in pietra, geroglifici incisi sulle rocce… E puoi finire più indietro ancora, fino ai tempi primordiali delle silenti foreste di lauri, che prima dell’ultima glaciazione ricoprivano l’Europa meridionale, e che solo qui sono rimaste intatte… Sono luoghi di una bellezza tale, oltretutto immersi in un clima  di eterna primavera, da meritare l’appellativo (reso celebre da Torquato Tasso) di “Isole Fortunate”: come se l’arcipelago corrispondesse davvero alle “Isole dei Beati” vagheggiate nei miti dell’antichità classica; come se qui ci fosse l’interstizio in cui la Terra si affaccia sul Giardino delle Esperidi…

Giampiero Comolli, scrittore

comfo@interfree.it

Alla ricerca del silenzio: interstizi a New York

Qualche considerazione su New York, a mo’ di flânerie, New York e il silenzio. Tema difficile da trattarsi in una città viva 24 ore su 24, assordante e con alcuni rumori che si impongono: le sirene della polizia, dei vigili del fuoco, i clacson dei taxi. Ed allora ecco alcuni versi di poeti che parlano di questa città “infernale” da cui partire per poi parlare del silenzio come ancora di salvezza, luogo di riposo e riflessione. Iniziamo con Cendrars, Blaise Cendrars, con la sua Pasqua a New York del 1912. Prendo solo alcune strofe:

 

Signore, sono nel quartiere dei bravi ladri,

Dei vagabondi, dei mendicanti dei ricettatori.

Penso ai due ladroni che erano con te al Supplizio,

so che ti degni sorridere della loro miseria.

Signore, uno vorrebbe una corda con un nodo in

cima,

Ma non è gratis, la corda, costa venti soldi.

 

Ragionava come un filosofo, quel vecchio bandito.

Gli ho dato un po’ d’oppio perché vada svelto

in paradiso.

Penso anche ai suonatori di strada,

Al violinista cieco, monco che suona l’organetto,

A quella che canta col cappello di paglia e rose di

carta;

So che sono loro che cantano nell’eternità.

Dà loro l’elemosina, Signore, non solo la luce dei

fanali a gas,

Signore, fa loro la carità di un po’ di soldi in questa

vita.

 

Dopo Cendrars in un sogno ad occhi aperti mi viene incontro Federico García Lorca, Poeta a New York (1929-1930), con le poesie intitolate “Danza della morte”, “Paesaggio della folla che vomita (Tramonto di Coney Island)”, “Paesaggio della folla che orina (Notturno di Battery Place), “Assassinio (Due voci all’alba in Riverside Drive)”, solo per citarne alcune. C’è incubo, solitudine e alienazione in questa New York di García Lorca. Siamo così giunti alla fine di questo breve percorso letterario nell’immensa e ossimorica “folla solitaria” di New York, dove si perde anche il Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline in una camminata angosciante, spalla a spalla con la sconosciuto, stupefatto per le reclames di Time Square e il triste presagio che queste inghiottiranno l’essere umano. Nel mio vagabondare a New York anziché assumere un atteggiamento blasè, distaccato, necessario per sopravvivere nell’ambiente urbano all’incessante pressione degli innumerevoli stimoli, ho cercato negli interstizi della città alcuni luoghi del silenzio. Abbandonarsi alla serendipity è stato fondamentale. Ne cito solo alcuni di questi luoghi a cavallo tra pubblico e privato: una stanza al sesto piano del Langone Medical Center dove ho trascorso una notte per accertamenti; la Galerie LeLong, al 528 della West 26th Street, dove si trovava una installazione artistica di Yoko Ono – sì, proprio lei, la moglie di John Lennon – intitolata Uncursed e fatta da una serie porte bianche in attesa che qualcuno venisse a bussare; la chiesa di San Francesco di Assisi sulla 32nd West, a pochi passi dalla Pennsylvania Station e dal Madison Square Garden, tra i luoghi più trafficati della città. In generale a New York le chiese di varie confessioni non mancano. Spesso sono ben visibili, a volte sono nascoste. Servono non solo per pregare ma anche per trovare riparo dal freddo e dal rumore, come in tutte le città del mondo. A partire dalla Scuola di Chicago negli anni ’20 del 900 si sono sperimentati tanti modi e tanti approcci analitici per capire le città – metodi quantitativi e qualitativi – ma a volte solo la più erratica delle flânerie, la più fantasiosa delle rêverie, nello spazio e nel tempo, ci consentono di avvicinare l’anima recondita e vera delle città, quella più silenziosa.

Giampaolo Nuvolati, Università degli studi di Milano Bicocca, giampaolo.nuvolati@unimib.it

Montserrat Figueras: in memoriam

In una struggente poesia che adotta il linguaggio e i pensieri dei bambini, “Uccellino di carta” (Pajarita de papel), Garcia Lorca esclama ad un certo punto “Biancofiore non muore mai / né muore Luisito. / Eterna è la mattina / eterna la sorgente della brina”. Vi sono volti luminosi di cui sembra impossibile credere che non siano eterni e siano fuggiti altrove, tanto il segno della permanenza si era impresso in loro e si era comunicato a noi come una pacata certezza. Montserrat Figueras, mancata nella sua Barcelona il 23 novembre 2011 all’età di 69 anni in seguito a un cancro che l’ha spenta in pochi mesi, era uno di questi rarissimi volti: voce e volto, presenza inconfondibile in ogni suo concerto di musica antica, ideatrice di incisioni singolari e ispirate come i cofanetti dedicati alla Ninna-nanna nel mondo e alla presenza femminile nelle diverse culture (Lux feminae). Ho visto e ascoltato Montserrat molte volte dagli anni Ottanta; da ultimo nel 2009 a Milano in occasione del grandioso evento musicale e teatrale dedicato a “Gerusalemme città delle due paci”, ideato dal marito Jordi Savall, violista e direttore d’orchestra con cui ha condiviso la musica e la vita (v. Newsmagazine n.15, Autunno 2009). Montserrat era un volto dolce e intenso che si esprimeva in una voce dai toni inconfondibili (chi l’ha ascoltata una volta la riconosce immediatamente tra cento soprano), con una venatura sottile e profonda di melanconia, con una gravità meditativa che si intuiva dal suo portamento ma che non le impediva di comunicarsi agli ascoltatori con una naturalezza straordinaria e disarmata. Montserrat irradiava con la sua sola presenza, prima ancora di cantare, una nobiltà d’animo e una “eleganza morale e artistica”, come è stato scritto, che non poteva lasciare indifferenti. La sua tensione etica è testimoniata anche dalle iniziative per fare della musica un luogo di incontro tra culture, specie quelle di impronta cristiana, ebraica e musulmana: insieme a Jordi Savall nel 2007 venne nominata dall’Unesco “artista per la pace” e “ambasciatrice di buona volontà”.

Montserrat Figueras ha ricevuto – e credo abbia meritato – il dono di mantenere fino all’ultimo la sua voce profonda e fragrante, insieme alla bellezza matura e armoniosa del suo viso incorniciato dai lunghi capelli: forse, più ancora che bellezza, la sua è stata grazia.

La cantatrice cantava / cantava ed incantava / dal pulpito / della chiesa gremita. /La musica le fluiva / dagli occhi dal seno / dalle dita delle mani / quasi un respiro necessario / un ardente bramito / un parlare sulle note / del mistero. / Io ascoltavo / ascoltavo e contemplavo / ad occhi spalancati / la fragile forza / della donna che cantava / cantava ed incantava / accompagnata dall’arpa / dalle viole antiche / e dal liuto.”

Gianni Gasparini 

giovanni.gasparini@unicatt.it

Decalogo, 1-10 di Krzystztof Kieslowski (Polonia, 1987-1989)

Grazie alla cineteca dello Spazio Oberdan di Milano, ho rivisto nella sua interezza una delle opere più originali e impegnative del cinema del Novecento, quel Decalogo di Kieslowski che venne realizzato per la Tv polacca in dieci episodi di un’ora ciascuno, dedicati con un approccio laico e indiretto alle “dieci parole” del messaggio ebraico-cristiano. L’impressione ripetuta è stata quella di trovarmi davanti a un classico che dopo oltre vent’anni continua a colpire e persino ad essere scioccante, come nell’episodio di Decalogo 5, “Non uccidere”, dove un giovane sbandato strangola un tassista e subisce la pena di morte per impiccagione, nella Polonia di soltanto due decenni fa. Altrettanto forte è l’episodio di Decalogo 1, dove il tenero rapporto tra un padre che crede nella scienza e un bambino che fidandosi di lui va a pattinare su un infido laghetto ghiacciato rappresenta una parabola perfetta sul dolore, sull’amore frustrato dal dolore. Ogni opera classica si offre a nuove angolature interpretative: per questo, vorrei indicare alcuni elementi di interesse in una prospettiva sensibile agli “interstizi” e alle piccole cose. Anzitutto, il linguaggio fotografico è straordinariamente attento ai giochi di vetri e specchi, ai rimandi delle immagini, alle messe a fuoco e sfocature, agli spiragli da cui appaiono in lontananza persone e oggetti, ai pertugi da cui qualcuno spia qualcun altro (come in Decalogo 9, “Non desiderare la donna d’altri”, e in Decalogo 6, “Non fornicare”). I dettagli e le piccole cose della quotidianità ricevono una evidenza singolare e appaiono nella loro enigmatica imperfezione: come il quadro storto nell’appartamento della professoressa di filosofia (Decalogo 8, “Non dire falsa testimonianza”), o il cruscotto dell’automobile che si apre e offre un indizio importante (Decalogo 9). C’è anche un misterioso personaggio impersonato sempre dallo stesso attore – “l’uomo del destino” – che appare brevemente in quasi tutti gli episodi nella scena cruciale, senza dire una parola. E’ come se Kieslowski avesse voluto lasciare aperte le interpretazioni allo spettatore, pur nel quadro di una visione della contemporaneità pessimistica e ben poco incline alla speranza. Per questo, le situazioni interstiziali acquistano uno spessore fuori del comune: sono quelle che esprimono tra l’altro l’attendere, il sostare, il fumare, il restare in silenzio come nella straordinaria scena della folla che assiste al recupero del corpo del bambino annegato nel laghetto e si mette in ginocchio, senza una parola (Decalogo 1).  Il telefonare, con le sue incertezze di esiti, le possibili finzioni e strategie a cui si presta tra i due interlocutori, è uno dei fili conduttori del Decalogo: naturalmente non è ancora presente il telefono cellulare, che avrebbe cambiato il racconto degli episodi o la loro trama; si telefona dal fisso, da casa o da un telefono pubblico. In Decalogo 9, ad esempio, è proprio una serie di difficoltà a comunicare telefonicamente tra il marito che si crede tradito e la moglie che non lo tradisce più a innescare l’episodio del tentato suicidio di lui: Roman viene salvato e dall’ospedale, steso tutto fasciato su un lettino, riuscirà attraverso la cornetta che l’infermiera gli porge e gli regge a tranquillizzare Anna Kieslowski è morto a 54 anni nel 1996, poco dopo aver girato Film rosso, l’ultimo della trilogia dei Tre colori. Chissà quali altre espressioni della sua creatività, così impietosamente e discretamente attenta alle contraddizioni della modernità, la sua morte prematura ci ha purtroppo sottratto.

Gianni Gasparini, Università Cattolica – Milano

giovanni.gasparini@unicatt.it

Giancarlo Rovati (a cura di), Uscire dalle crisi, Vita e Pensiero, 2011

L’uscita in libreria nel volume curato da Giancarlo Rovati Uscire dalle crisi (ed. Vita e Pensiero, 2011), frutto della più recente ondata informativa prodotta dalla componente italiana della progetto di ricerca European Values Study, rappresenta una preziosa miniera di informazioni sul cambiamento valoriale e degli orientamenti morali avvenuti nel nostro Paese in questi difficili anni di transizione. Senza pretese di dar conto della complessità e articolazione presente nel volume, traspare in modo nitido una sorta di costitutiva ambivalenza tra senso e non senso, tra oggettivo e soggettivo, ovvero l’ambivalenza che caratterizza fino in fondo il nostro tempo.  I temi specifici in cui si articola il volume riescono a documentare efficacemente questa tensione (o sconnessione) dinamica, in cui in gioco sono come sempre le relazioni tra motivi della libera autodeterminazione dell’individuo e richiami all’oggettivarsi del valore dentro il richiamo di un’autorità dirimente. Scegliamo “fior da fiore” alcuni esempi che documentano quanto detto fin qui. Innanzitutto rispetto al tema religioso: gli italiani si mostrano sempre più interessati a cogliere la “convenienza esistenziale” della religione, sperimentandone nella vita la portata e sottomettendo a questa opera di verifica il tema della verità. Si denota così la presenza di una sorta di mosaico, composito e sconnesso, in cui il gioco lineare delle premesse e delle conseguenze non sempre risulta perfettamente allineato secondo un piano sequenziale di tipo logico e razionale. Alla Chiesa resta accordata una fiducia ampia da parte della larga maggioranza degli italiani (circa il 60%), ma si rafforza la spinta all’individualizzazione e alla relativizzazione etica e pratica. Questa individualizzazione non fa però venir meno la diffusione dei sentimenti di solidarietà sociale. Smentendo una diffusa percezione culturale, gli italiani confermano di condividere ampiamente una cultura orientata all’altruismo, spesso vissuta anche in forme associative e volontarie. Su un altro versante, il matrimonio non perde di centralità anche a fronte del crescente infragilimento della famiglia, ma si assesta sempre di più un giudizio di rilevanza per il matrimonio come relazione a discapito del matrimonio come istituzione. Fuori dal mondo delle relazioni tra morale e comportamenti pratici, la profonda crisi che ha investito le economie occidentali rimette in discussione il valore del lavoro, essenzializzandolo: il lavoro torna ad essere un valore in sé, legato alla sua effettiva disponibilità, facendo diminuire l’approccio espressivo e identitario. Si sperimenta insomma una nuova “voglia di lavorare”, un primo segnale al ritorno di una cultura della responsabilità dopo i lunghi anni della dissipazione consumista.

Luca Pesenti, Università Cattolica – Milano

luca.pesenti@unicatt.it

Luciano Manicardi, Memoria del limite, Vita e Pensiero, 2011

Il limite di cui si parla in questo libro sapiente e documentatissimo di Luciano Manicardi è, ovviamente, “il limite invalicabile e ineludibile della condizione umana”, la morte. Nel mondo contemporaneo la morte, come la malattia e l’invecchiamento, è divenuta fenomeno da esorcizzare o addirittura negare, usando stratagemmi di rimozione ( chi si veste a lutto, oggi? Chi scrive la parola morte nei necrologi? E i funerali vengono trasformati in happenings di celebrata individualizzazione, i corpi igienicamente cremati, le agonie vissute asetticamente e solitariamente negli ospedali..), o demandando alla scienza -nelle sue branche della farmacologia, della biotecnologia, della genetica- il compito faustiano di prolungare la vita indefinitamente, oltre la sua conclusione naturale. Un sogno di immortalità che assolutizza il presente, nella ricerca narcisistica di vivere sempre, e sempre giovani e sani, con la convinzione egoistica della propria insostituibilità.

Se nel corso del XX secolo il mondo occidentale ha guadagnato circa trent’anni di speranza di vita alla nascita, l’ha fatto anche a discapito di quella parte del mondo che muore di fame, epidemie, guerre e catastrofi naturali senza possibilità di progettarsi un futuro; se da noi si rincorre il mito della prestanza estetica, della vitalità sessuale, del successo economico fino alla vecchiaia, in un’ assurda negazione del concetto di limite, altrove la morte continua a imperare come livellante ingiustizia. Manicardi, ricordando che in ogni società primitiva esistevano riti e tecniche funerarie, e che da sempre l’umanità ha messo in atto strategie di immortalità (religiose, politiche,generazionali) nel tentativo di vincere la morte, stigmatizza l’ottusità della società postmortale in cui viviamo, sottolineando che l’uomo è molto più che la sua dimensione biologica, e deve pertanto ritrovare la concezione del corpo come relazionalità, “disponibilità a lasciarsi alterare nell’incontro con il prossimo e con il mondo”, accettazione del confine, e quindi della fine. Il richiamo conclusivo alla pagine della Scrittura che introducono il concetto di limite come fondamento della condizione umana è un invito a pensare alla resurrezione “non come eliminazione, ma come assunzione della morte”, laddove “l’unica eternità umana è quella che può essere dischiusa dall’amore: l’amore all’interno di una vita finita”.

Alida Airaghi, scrittrice

alida.airaghi@gmail.com

Convegno Artisticamente – 17-18 febbraio 2012

Il Master “Creatività e crescita personale attraverso la teatralità”, Facoltà di Scienze della Formazione e Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha realizzato insieme al CRT Teatro-Educazione di Fagnano Olona (Va), il 17 e il 18 febbraio 2012, presso il Piccolo Teatro Nuovo di Abbiate Guazzone-Tradate (VA), un importante convegno dal titolo: Artisticamente. Le arti espressive come veicolo di crescita e sviluppo della persona, della famiglia e dell’ambiente. Si tratta di un’iniziativa che tende all’aggiornamento e alla formazione di insegnanti, educatori, formatori, studenti, operatori psico-sociali e didattici e operatori del settore educativo e culturale, artisti, danzatori e insegnanti di danza, ma è aperta a tutta la popolazione, in particolare ai genitori. L’iniziativa è nata dalla consapevolezza che l’arte scenica, che utilizza e comprende tutti i linguaggi artistici, è un potente fattore educativo che riesce ad offrirsi nella sua interezza di potenzialità espressiva ad ogni singolo individuo. La crescita della persona non solo non può prescindere da una concezione globale dell’uomo, non può neppure trascurare la relazione del singolo all’interno della comunità. Questo presuppone la necessità di progetti culturali ed educativi fondati sull’integrazione e sul confronto. La vita e la crescita dell’individuo maturano all’interno di una rete, costituita innanzitutto dalla famiglia, la quale, nonostante la crisi più volte annunciata, continua ad essere il luogo della socializzazione primaria, centro nevralgico per un’educazione morale, sociale e culturale. Il nucleo familiare a sua volta si incontra con la società civile; la trasmissione di norme e valori, di diritti e doveri, lo sviluppo di un senso di appartenenza e di legalità a cui la società si propone di educare devono trovarsi al centro di un progetto condiviso e unitario. Dare forma al processo di crescita personale e sociale dell’uomo è, dunque, una priorità che può avvalersi delle arti espressive come prezioso strumento per contribuire a una formazione integrale. In questo senso, la finalità del convegno è quella di offrire spunti di riflessione e proposte operative sulle arti espressive, con particolare attenzione a quelle del corpo e della danza, in una prospettiva teorico – pratica. Le arti, infatti, mediante la molteplicità di linguaggi, consentono di comunicare in modo efficace valori e idee e permettono a ciascuno di sperimentare soluzioni innovative. La disciplina della danza, inoltre, trova oggigiorno un interesse e uno sviluppo trasversale, dalla scuola al territorio, e merita particolare attenzione per il contributo che può dare in tale ottica. Il convegno s’inserisce in un ampio panorama di ricerca all’interno della scienza dell’Educazione alla Teatralità. Le arti espressive vengono concepite come un veicolo per favorire la consapevolezza individuale e sociale. Questo concetto fondamentale consiste nel superamento dell’idea di arte come spettacolo, per una concezione di arte come strumento per la conoscenza di se stessi. Il percorso pedagogico che sta alla base dell’attività artistica, inoltre, non trascura la necessità di vivere il proprio tempo e i cambiamenti sociali, rafforzando contemporaneamente il legame con la tradizione e il territorio. Il coordinamento scientifico delle giornate è stato affidato a Gaetano Oliva, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo, Drammaturgia, Teatro di Animazione, Organizzazione ed economia dello Spettacolo, della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Per informazioni:

segreteria@crteducazione.it

tel. 0331.616550

Gaetano Oliva, Università Cattolica – Milano

gaetano.oliva@unicatt.it

E ora dove andiamo?

Dopo il delizioso “Caramel” (storie di donne nel microcosmo rappresentato da un salone di bellezza di Beirut), la regista libanese Nadine Labaki ritorna nei cinema italiani col secondo lungometraggio “E ora dove andiamo?”. Il film è ambientato in un isolato villaggio tra i monti del Libano, dove la chiesa e la moschea sorgono fianco a fianco, e dove le donne del posto cercano in tutti i modi di impedire che si estenda il contagio della guerra civile. Rispetto al primo film, la regista spinge ancora di più sul pedale del grottesco e del surreale, soprattutto nella sequenza iniziale con il corteo danzante di donne sulla via verso il cimitero, e nella scena della preparazione di stupefacenti dolcetti che forse porteranno un po’ di pace. È probabilmente in chiave surreale che il film deve essere inquadrato: non ha, né potrebbe avere, le pretese per essere una ricostruzione storica o un manifesto di protesta di tipo politico. Le differenze di genere tra le donne protagoniste (attive ed emotivamente complesse, ciascuna con le sue quasi almodóvariane nevrosi) e gli uomini (aggressivi ma fondamentalmente tutti un po’ tonti) possono lasciare perplessi se non si prende in considerazione la voluta esasperazione grottesca. In realtà, basta vedere un documentario come “To See If I’m Smiling” di Tamar Yarom (con le interviste a sei ex-soldatesse israeliane nei Territori palestinesi occupati) per comprendere come le donne possano essere al medesimo tempo vittime e corresponsabili di modelli comportamentali violenti e conflittuali.

Il film di Labaki rimane comunque assai gradevole e intelligemente provocatorio, giocando in modo continuo con le identità confessionali e con le diverse modalità con cui i personaggi vivono e declinano il rapporto con la fede e l’appartenenza al proprio gruppo. Labaki riesce a maneggiare questi argomenti con delicatezza e grande rispetto, pur non lesinando ironia e sarcasmo.  Il film non offre soluzioni: il suo interrogativo finale è già espresso nel titolo, e troppo complessi sono i nodi del quadro confessionalista per pretendere di immaginare un finale idilliaco. Ma la regista sembra voler dire che il parlarsi e le convivialità delle piccole cose sono già un prezioso, possibile passo in avanti. E la lezione finale, con uno sviluppo sorprendente e spiazzante della trama e la frase “adesso vivi con il tuo nemico”, è una di quelle da incidere a lettere cubitali sulla spalliera del letto.

Francesco Mazzucotelli, Università Cattolica – Milano, francesco.mazzucotelli@unicatt.it


Yalla Italia: l’islam e l’Italia visti dalle seconde generazioni

L’ immaginario ricorrente riguardo i musulmani in Italia è stato contaminato da episodiche rappresentazioni mediatiche bipolari: da una parte, l’elemento estraneo che crea disturbo con richieste inaccettabili – una moschea, la rimozione di un crocifisso, una visione della convivenza sociale profondamente permeata di dogmi e liturgia – dall’altra, l’elemento ribelle che, ormai occidentalizzato per bene, porta avanti critiche in chiave di rottura nei confronti della tradizione o della comunità di origine o denuncia strumentalmente tragici casi di cronaca nera ammantandoli di significati religiosi. Esiste, deve esistere una terza via. È stata proprio l’insoddisfazione nei confronti di una rappresentazione mediatica falsata, manipolatrice e pericolosamente manicheista a stimolare la formazione di reti associative che potessero permettere alle seconde generazioni musulmane di creare una propria autorappresentazione poliedrica, multisfaccettata e più vicina alla realtà. Yalla Italia è un prodotto editoriale che nasce nel 2006 con questo obiettivo, e da subito raggruppa storie variegate: ragazzi e ragazze migrati in Italia in tenera età, nati in Italia, figli di coppie miste, per poi arrivare ad includere persino arabi copti e arabi ebrei. Le motivazioni profonde che spingono a scrivere di sé e dei propri dubbi identitari sono diverse per ognuno, ma la chiave con la quale questa complessità viene formulata è per tutti una sorta di ironia catartica che per prima contraddice la visione “seriosa”, greve con cui l’Islam viene raccontato in Italia. E allora il dubbio se mettere o meno il velo, i rapporti interconfessionali, il divario generazionale e culturale con i propri genitori, la misura entro la quale essere “italiani” senza perdere le proprie radici, vengono osservati nelle loro sfumature comiche (o tragicomiche, a seconda dei casi) senza mai offrire risposte definitive ma piuttosto mettendo in campo dubbi e proposte che veicolino una importante verità: la realtà è dinamica, la contaminazione culturale ha tante declinazioni possibili, e le definizioni sociologiche difficilmente rendono giustizia a tale dinamicità.

Le criticità maggiori rimangono tre: la prima, trovare il modo di dipingere in maniera convincente un’italianità diversa, che sfidi la concezione uniconfessionale tanto cara al famigerato “immaginario comune” italiano.

Le seconde generazioni lottano in quest’ottica persino con la stessa definizione scelta per loro, che contiene in sé una falsità: si tratta spesso di giovani nati sul territorio italiano ma trattati come seconde generazioni di “immigrati”, sebbene per loro non abbia avuto luogo alcuna migrazione fisica. Ne deriva piuttosto una migrazione mentale che rende i confini della propria identita’ aperti, un mare a cui possono affluire diverse sorgenti. E’ importante quindi che sia chiara la differenza tra prime e seconde generazioni, anche in termini di esigenze ed istanze. La seconda criticità é la “dittatura del velo”: cosi’ come la struttura patriarcale di molte societa’ musulmane le spinge ad utilizzare l’onore femminile come criterio di misura dello stato di salute morale dell’intera società, anche in Italia utilizziamo ossessivamente il corpo femminile, e nello specifico il tema velo/“burqa” come terreno di scontro il cui esito si presuppone abbia valenza risolutiva dell’incontro tra culture e religioni. Il tema è trattato in maniera ossessiva ma superficiale, senza cognizione di causa e in una commistione poco onesta con questioni che andrebbero piuttosto raggruppate alle voci “violenze domestiche”, “problemi socio-culturali”, e via dicendo. Per giunta, si parla di donne musulmane, e raramente CON le donne musulmane. L’ultima criticità è molto pratica, ma fondamentale: la galassia musulmana nel territorio milanese è frammentata, riottosa e poco lungimirante. Si parla di una comunità che ha vissuto almeno tre diverse scissioni dagli anni settanta ad oggi e che presenta svariati luoghi di culto che rappresentano piccoli potentati, con famiglie che controllano centri culturali e hanno una presunzione di rappresentanza quantomeno discutibile. Ecco spiegato perché il nome “Yalla Italia”, ovvero in arabo “forza, Italia!”: davanti a sfide così complicate e ad un panorama che presenta problemi tanto interni quanto esterni alla “comunità”, servono una buona dose di incoscienza, e soprattutto di sano ottimismo.

Randa Ghazy

Laureata in Scienze internazionali ed istituzioni europee, specializzata in Economics and Political Science, redattrice di Yalla Italia, scrittrice. È autrice di Oggi forse non ammazzo nessuno (RCS 2007).

r.ghazy@vita.it

 

Buone prassi: prassi formate e informate

Da tempo si parla di buone prassi attorno al tema del multiculturalismo e della variegata presenza di etnie e culture sul territorio italiano. Anche l’ambito religioso è stato investito da questa novità. Il mondo italiano, abituato ad una sorta di unitarismo egualitario nella prassi religiosa, si è risvegliato invece con un pluralismo al suo interno segnato dalla presenza musulmana in modo particolare. Tale presa di coscienza ha avuto un risvolto ulteriore nell’attivazione di alcune buone prassi finalizzate all’implementazione di incontri tra culture e religioni: è infatti evidente che il fattore religioso ha un potenziale enorme in ambito integrativo. Ciò attraverso eventi simbolo, come è stato lo scorso anno con l’incontro di Assisi, ma anche con piccoli e grandi esperienze di donne e uomini che hanno il desiderio di costruire “terre di mezzo”. Ritengo che tali vicende vadano sempre più narrate, come volano ulteriore di mutue relazioni. La mia personale esperienza mi porta ad affermare la necessità di tali buone prassi, per la creazione di occasioni di incontro che creano dialogo. È tuttavia essenziale una duplice puntualizzazione: buone prassi, ovvero prassi informate e prassi formate. È evidente la diffusione di un’ignoranza religiosa: basti pensare all’imbarazzo dei concorrenti del quiz televisivo serale quando si trova di fronte ad una domanda di ambito religioso. Non si tratta però di additare tale o tal altra agenzia incapace di trasmettere l’abc della religione. È piuttosto necessario trovare occasioni per approfondire la conoscenza delle religioni, elemento essenziale “per capire e affrontare razionalmente le sfide che vengono poste sia dagli avvenimenti tragici […] sia dalla convivenza tra gruppi etnici e religiosi profondamente differenti che generano tensioni e chiusure”. Questo vale per la propria religione (o presunta tale), ma anche quella dell’altro. È innegabile, oggi, che la conoscenza dell’altro religioso si limita ancora troppo a informazioni esigue e stereotipate, desunte spesso dai mass media. Oppure ci si lascia guidare dalla percezione immediata, imprescindibile, ma non sempre capace di fornire strumenti per un giudizio sereno. È dunque il tempo di assumere la sfida che il mondo religioso ci propone, anche nel suo volto pluralista, sostenendo progetti che promuovano una conoscenza obiettiva del mondo religioso, obiettiva e possibilmente mutua, laddove si parla di mondi religiosi diversificati. Ciò ci apre le porte a un secondo aspetto di questi buone prassi: la questione della formazione. Una prassi che si basi su una buona conoscenza della propria religione e quella dell’altro ha le premesse di buona riuscita, ma non certo la certificazione di qualità. Fuor dall’immagine, oltre a una competenza cognitiva è necessario sviluppare anche progetti laboratoriali che formino all’incontro con l’altro attraverso esperienze di condivisione della vita, e, perché no, del proprio vissuto religioso. L’educazione al pluralismo religioso non passa infatti unicamente dalla conoscenza dell’altro religioso, ma chiede un’educazione paziente alla diversità. Solo tali esperienze possono aiutare a sperimentare percorsi possibili di dialogo, che prevedano anche il fatto di lavorare insieme in alcuni settori specifici, affrontando problematiche sociali. Questo proprio perché chi dialoga non sono le religioni in quanto entità astratte, quanto piuttosto uomini e donne con una storia personale inserita nella storia della propria comunità, del proprio paese. Così potremo formare mentalità capaci di dialogo, per imparare a vivere insieme nella diversità, nel reciproco rispetto, con la certezza che una reciproca fermentazione (piuttosto che contaminazione) non potrà altro che aiutarci a raggiungere più profondamente la nostra autenticità.

Massimo Rizzi 

Sacerdote, direttore del Segretariato migranti della diocesi di Bergamo, docente di islam contemporaneo presso il PISAI. È autore di “Per un discernimento cristiano dell’islam” (Marietti 2008) e co-autore (insieme a Chiara Brambilla) di “Migrazioni e religioni. Un’esperienza locale di dialogo tra cristiani e musulmani” (FrancoAngeli 2011).

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